Stasera giriamo intorno a una mancanza.
Di Serena. Di un'attrice che aveva una gran fame di vita, d'aria, di libertà, di risposte sul senso dell'esserci. Una vocazione profonda ad attraversare il sentiero dell'arte per respirare e farci respirare aria pulita. Per prendersi cura di sé e degli altri.
Perché lei - la più piccola della prima nidiata di attrici e attori del Teatés - stranamente è venuta per prendersi cura di noi, dei suoi fratelli d'arte e del suo pubblico.
È in nome di questa sua profonda necessità, di questa sua preziosa inquietudine, della sua empatia per ogni fragilità che proviamo a a guardare avanti, immaginando un "premio" che provi a incoraggiare le nuove generazioni di attrici e attori alla ricerca generosa di sé stessi e della propria vocazione.
Un premio solo per interpreti. Perché è degli interpreti la luce e il corpo che accendono la scena.
Ricercando materiali dei suoi spettacoli sono inciampato su una battuta che Michele Perriera le aveva affidato nel “Gabbiano”:
Perché oggi sono così felice? Mi sembra di essere su una nave che abbia tutte le vele spiegate e che grandi uccelli candidi volino sopra di me. Perché?
È una battuta di Irina da "Tre sorelle" di Cechov che Michele aveva inserito nella sua messinscena.
Parole che sono un distillato di pura euforia esistenziale, che esprimono quella rara sensazione di perfetto allineamento, di comunione con il mondo. La pesantezza della terra svanisce e si diventa puro movimento verso…Non so verso che.
Questa in due parole è la promessa che il teatro fa intravedere a chi vi si dona con coraggio.
Questo è ciò che Serena cercava senza sosta.
Per alcuni il teatro non è una scelta o un mestiere, ma una vera e propria “necessità” animica e spirituale.
Serena era questa necessità. Investendo tutta se stessa in ogni nuova sfida , accettandone tutti i rischi e la fatica, mettendo costantemente alla prova la propria fragilità.
Sempre concentrata e generosa, si dedicava alla parte fino allo spasimo come se si preparasse ad un assalto, a un lancio senza paracadute. Se ne poteva anche affettuosamente sorridere. Lei, imperterrita, prendeva appunti d’ogni parola del regista o dei colleghi e viaggiava nello stupore. Quello vero senza trucchi.
Per gli attori il teatro è la nave che ti muove, che ti salva dalla paralisi e dalla miseria dell’ovvio, dalla frustrazione.
È una fuga? Forse. Ma in teatro, la fuga e la comprensione non sono nemiche, ma alleate.
Il teatro vive proprio dentro questo paradosso.
Per capire davvero qualcosa di noi e di ciò che ci è intorno, dobbiamo allontanarci e prendere i panni dell’altro, cambiare pelle a
Qui ogni gesto, ogni parola ha un senso, un peso, un valore.
Ma è anche un terremoto, qualcosa che ogni volta ti rifonda d'accapo.
Si sa, invecchiando, attori e teatranti si fanno corrompere dalla routine del mestieraccio, dalla volgarità, dai trucchi per acchiappare consenso o potere. Lei nel suo istinto profondo è rimasta fedele a se stessa. Con lo stupore e la serietà d’una bambina pronta ad ascoltare e a farsi rapire da una favola. Ma delle favole conosceva tutta la crudeltà, lei, il cui vulnus più profondo era stato la perdita del padre da bambina, il primo amore.
A questa fedeltà a se stessi e a questa capacità di ascolto e apertura il Premio vorrebbe ispirarsi, valorizzando degli interpreti l'originalità, l'identità espressiva, la visione autonoma del lavoro scenico, il rigore.
Ispirandoci a lei, alle sue coraggiose scelte, ci poniamo quindi, per la nostra minuscola parte, anche un'obiettivo etico verso i nuovi talenti della scena, incoraggiandone il coraggio, la visionarietà e le scelte che vanno controtendenza.
Serena viaggiava a vele spiegate. Accettando il rischio del vento e della tempesta..
Con la propria furia e la propria dolcezza.
Lo ha fatto scorgendo e facendoci vedere sulla scena un sogno, un senso di purezza, anche quando animava un oggetto come la pendola ne La cantatrice calva, trasmettendoci l'ineffabile poesia nascosta in ogni cosa e in ognuno di noi. Tragica e clownesca insieme. Non so quanti hanno compreso che è stata anche una grande clown.
Serena credeva nella comunità del teatro anche se a volte stata delusa o non sempre compresa. Mostrandosi ogni volta fiduciosa. Credeva - come le sue numerose attività didattiche testimoniano - nella trasmissione, nel contagio del gesto teatrale. Nella maternità dell'esperienza teatrale.
Perché l'arte teatrale si muove fra una generazione e l'altra attraverso l'esempio, i fili sottili dell'emozione che passano fra un corpo e l'altro. Le teorie vengono dopo.
Ricordandola, la comunità teatrale ha il dovere di valorizzare, promuovere le nuove generazioni, trasmettendo fiducia, ascolto, sollecitando consapevolezza e desiderio di cooperazione.
Per Serena, come per ogni vero artista, il teatro è stata la tempesta necessaria, il carburante dell'anima, l'unico luogo in cui si può pronunciare la frase di Cechov non come un desiderio lontano, ma come una realtà presente.
Vado a vele spiegate e sarà quel che sarà. Ma sarà più vero d’ogni misero calcolo. E non sarò sola. Venite con me.
Non siamo mai soli se facciamo delle nostre mancanze un gesto che abbraccia il futuro.
Per prenderci cura di ciò che non conosciamo, come ha fatto lei.
Gigi Borruso
Intervento fatto in occasione della serata “Serena Stasera”, 20 maggio 2026





















