Guido Valdini e gli amici delle associazioni che hanno promosso questa bellissima iniziativa, che resterà indimenticabile per tutti noi, avrebbero voluto che dicessi qualcosa di generale, di riepilogativo sui quarantacinque anni di lavoro di Serena Barone nel teatro a Palermo. Temo di non essere in grado. Dirò quello che posso e che mi riesce.
Melino Imparato ha detto che Serena era una grande attrice, e su questo tutti noi qui presenti siamo d’accordo. Bisogna però intendersi su cosa significa.
Diciamo grande attrice, grande attore e, senza accorgercene, pensiamo in termini di estensione: grandi, per lo spazio che occupano sul palcoscenico, per il tempo che vi trascorrono in primo piano. Serena Barone è stata una grande attrice, ma non per estensione: per intensità. Qui, questo emozionante, densissimo video progettato e realizzato da Guido Valdini e Pippo Zimmardi ce la mostra sempre al centro della scena. Ma lei spesso era anche di lato o, cosa che le piaceva particolarmente, in un angoletto nascosto. Ma ovunque fosse collocata nella geografia di uno spettacolo, il punto dov’era brillava in modo speciale per la concentrazione di energia teatrale – cioè di fantasia, di pathos, di gioco, di applicazione, di fatica, di umorismo e di gioia – che lei era in grado di esprimere.
Serena ha lavorato con praticamente tutte le persone, gli artisti, di questa città che hanno avuto un’idea creativa, viva del teatro, e con tutti è stata magnifica. Aveva la capacità di cogliere e rappresentare il senso profondo dello spettacolo. Un senso che lo spettatore comprendeva in modo più vivo proprio guardando lei.
Ho potuto vedere in anteprima il video che è stato proiettato stasera. E così mi sono reso conto che, attraverso alcune delle migliori performances di Serena, era possibile riconoscere qualcosa a cui solitamente non pensiamo: l’esistenza di un terreno comune di linguaggio e immaginazione nel teatro palermitano
Com’è questa koinè, vista attraverso il corpo, la voce, gli occhi di Serena?
Un linguaggio materico, di intensa consistenza corporea, sia se declinato su un versante di teatro della fisicità, sia su quello di un dialetto viscerale, carnale. Un teatro che non ama il piccolo realismo, il bozzetto pittoresco. E che ha anzi un rapporto conflittuale con la realtà così come si presenta, vissuta come un prurito, un’ulcerazione.
Sembra strano dirlo, ma un certo ’elemento “metafisico”, sospeso e universale, è congeniale agli inventori di teatro di questa città. Persino il dialetto, la cultura popolare, hanno una coloritura fantastica: un mondo di memorie, di fantasmi, di sogni, più che una realtà sociologicamente presente. C’è poi un’immancabile vena comica, dissacratoria, declinata nel senso del sarcasmo, e che ha come rovescio un sentimento di compassione universale. Una compassione, soprattutto, verso gli ultimi, i deboli, i derelitti, i persi.
E, vorrei dire infine, la commistione tra il mondo dei vivi e il mondo dei morti, come se i vivi non lo fossero abbastanza e i morti non scomparissero mai del tutto: una nostra versione dell’essenza del teatro, nel quale – sin dalle origini nella Grecia antica – nascosti da una maschera, i morti tornavano a vivere e a parlare.
L’attore, lo sappiamo, tutti qui siamo del mestiere, regala la propria immagine allo spettatore. E lo spettatore se ne impossessa. Nei casi felici, questa immagine è un’apparizione. Qualcosa che ha l’esemplarità e l’unicità di un grande dipinto, di una grande fotografia. Io ricordo molte di queste apparizioni di Serena. Ma con l’età è diventata presbite non solo la mia vista, ma anche la mia memoria. La maggior parte dei miei ricordi più forti di Serena in scena, sono più antichi del più antico frammento di questo filmato, che risale al 1992 (Finale di partita di Beckett per la regia di Michele Perriera).
Penso all’infermiera-robot dei Fisici di Dürrenmatt. Alla Pendola della Cantatrice calva di Ionesco, già ricordata da Gigi Borruso. Ricordo i Pavoni di Michele Perriera, al Teatro Corallo, nel 1983, in cui si immaginava il mondo invaso e dominato da una specie aliena. L’apparizione fra il pubblico della prima di queste inquietanti figure, Serena appunto, da dietro una tenda di sala, col frac celeste e il corpetto smeraldino e l’alta cresta disegnati da Nicolò D’Alessandro, col suo incedere da uccello sacro e insieme da dinosauro predatore, non umano, non esistente nella realtà, eppure lì, prossimo, alitante.
Ma il più antico di tutti i miei ricordi risale alla scuola di teatro di Perriera, in cui fummo compagni, assieme a molte altre persone oggi presenti qui. Eravamo divisi in classi distinte, e io non ho memoria di averla mai vista prima. Mi apparve, è il caso di dire, durante un saggio pubblico, a San Giorgio dei Genovesi, verso la fine del 1979, nella teatralizzazione di un antico rito di iniziazione, alla luce fioca di fiaccole e candele, per la regia di Pietra Selva Nicolicchia. La sacerdotessa era Maria Cucinotti, e lei l’inizianda. Era rannicchiata a terra e veniva (per finta) battuta con un bastone. Subiva quei colpi alzandosi e abbassandosi ritmicamente, indifesa, raccolta, coraggiosa, ostinata. Una nascita faticosa e vibrante. L’immagine non l’ho dimenticata. Ora so che era, anche, quella di un cuore che batteva.
Ignazio Romeo
Intervento fatto in occasione della serata “Serena Stasera”, 20 maggio 2026





















