Da quando, complice la mia età, vedo andare via molte persone che sono state per me il volto di Palermo, in maggioranza donne a me care, mi chiedo come e se cambia la città senza di loro, se c’è un motivo sentimentale o è l’interpretazione di un modo personale di stare al mondo.
L’assenza non è neutra, scatena vibrazioni, reazioni. Agita lo spazio privato e pubblico dove si concentra lo sforzo costante di ognuno di noi di conciliare il mistero dell’esistenza con un rapporto con la città a misura del proprio sogno. Come si sta dinanzi al vissuto di chi non c’è più?
Dinanzi a Serena? Riconosco il paradigma dell’attrice che ha condensato personaggi, voci, storie nel mare aperto della vulnerabilità e vorrei farne scuola, una sorta di vendetta dell’essere confronti del non essere, perché l’infanzia che risale sul palcoscenico non sia un evento qualunque.
Serena mi rimanda alla città delle affinità elettive. La comunità che si raccoglie, si aggrega, proprio in suo nome, di cui è stata testimone e continua a farci eredi della possibilità di farla grande la città affettiva. La sua identità fisica è la sospensione: il confine ultimo di storie, lotte, idee, fatiche, desideri, occhi, braccia, capelli… La sospensione è una forma poetica. La città affettiva non ha cimitero. Chi resta, singolarmente, se ne prende cura. Serena è in sospensione. Forse in una immensa pergola d’uva che si arrampica e oltrepassa l’orlo di tetti di carta.
Lina Prosa





















