Un attore (un’attrice vorrebbe oggi il politically correct) non si commemora, si ricorda. Questa memoria speciale, che appartiene solo all’arte, a volte è tenue, superficiale e dura poco, altre indelebile. La mia memoria indelebile di Serena riguarda La gatta di pezza di Franco Scaldati. Serena proveniva da una matrice attoriale d’acciaio, di cui però non incarnava le stimmate né le portava, ancor meno ostentava. Arrivò al Teatro Garibaldi, per quello spettacolo difficile e blasfemo, con un’impensata leggerezza che la rese immediatamente compagna di qualcosa che fu estremo. Senza età, poteva interpretare Emma, la matriarca della camera degli orrori nel basso palermitano governato con mano di ferro da un doppiamente memorabile Benito, incarnato da Franco.
In un paesino della Polonia, anni dopo per la mistica Sabella di Occhi (era diventata ideale interprete delle femmine di Scaldati), Katowice, oscura di carbone marrone, ci chiese di unirsi a me e a Mela per una vacanza nella vicina Cracovia; in realtà non lo chiese nemmeno: “Vengo con voi” impose con grazia. E fu con noi nell’immensa piazza della bellissima città – seconda patria, dopo la mitica Wielopole, di Tadeusz Kantor, ricordato ad ogni cambio di valuta dato che il suo nome significava appunto quel mestiere –, nei locali illuminati solo di candele di in ristorantino ebraico, di fronte all’ermellino di Leonardo da Vinci, l’immensa cattedrale e buie poetiche stradine… Come in una piccola Epifania, che solo la gente di teatro sa cogliere, pure noi malconci studenti raggiunti non casualmente da Ruth, sedemmo con emozione accanto ai banchi de La classe morta, capolavoro del poliedrico artista. Ma non era finita. Il direttore della Cricoteca apri un grosso schedario che conteneva l’immensa e internazionale rassegna stampa sul maestro. Tirò fuori la pagina originale del cosiddetto Giornale L’Ora che conteneva una mia intervista a Kantor dato il mio passato di corrispondente. “Ci dovrebbe essere pure la recensione di Guido Valdini”, dissi, caposervizio agli Spettacoli di quel giornale di Palermo di cui ero stato corrispondente da Milano. E c’era, così tornammo felici con due trofei, e non dubito che Serena l’abbia consegnato a Guido.
Serena voleva prendere parte a tutti gli spettacoli di Palermo, “voglio esserci anch’io” diceva ogni volta che ci si vedeva a Teatro, l’ultima per un Koltés, già pronto e poi sprecato, a cui assistette al Teatrino. Ecco, voler esserci sempre ma non imporsi mai, priva di ogni mistica narcisistica degli attori, sembrava essere capitata per caso ad ogni spettacolo, ma già pronta e professionale senza mai dimenticare una battuta, cosa rara tra gli attori di Palermo. Manchi al teatro Serena, ma al teatro i grandi attori mancano sempre …
Matteo Bavera





















