Sere, sei sempre stata la piccolina.
E ci sei stata sempre, una figura familiare, stretta tra cose, esperienze, parole in comune. Sempre, per questo non capisco la tua assenza.
A Scuola di Teatro da Michele con tua cugina Marisa, le piccoline.
Una spanna sopra le altre con il tuo talento. Sempre.
Quanti anni? Una vita intera e scritture per te. Scrivere sapendo che saresti stata tu a fare scorrere le mie parole. Che dono. Con Gigi, con Enzo e Stefano. Sempre.
Poi passano gli anni e nei giri dell’andare e del venire del mondo del teatro, ci incontriamo con lo stesso affetto sano e ovvio di chi fa parte d’una grande famiglia.
Allora viene fuori l’idea di raccontare Traviata. Una donna sola in scena, con quel passato e quei desideri di riscatto.
Non ho nessuna via per metterla in scena, ci riusciremo? E chi lo sa. Ma tu ti appassioni. Vieni da me e cominciano lunghi pomeriggi nei quali, però, innanzitutto bisogna parlare di Gabri. Raccontarci di lei, di quel magnifico romanzo che ci ha lasciato. Ricordarla è renderla presente a tutte e due, di questo abbiamo bisogno. Gabri è seduta nel salotto di casa mia con noi.
Un racconto tira l’altro e risate e rimpianti e così intanto si struttura la nostra Traviata. Hai un quadernetto dalla copertina beige su cui scrivi non so cosa. Lo apri, mi dici qualcosa, lo chiudi e mi guardi con l’intensità dei tuoi occhi.
Ogni volta mi trasporti a un livello più alto. Prendo i tuoi suggerimenti come oro prezioso. Così sono.
Riapri il quaderno, ho pensato questo.
Scrivo, prendo appunti, si comincia a strutturare la selva del racconto.
Tu vieni e vai. Vieni e vai.
È rimasta lì la nostra Traviata come un dono incompiuto dove però ci sei tu.
Sempre, piccolina, sempre.
Beatrice Monroy





















