Se è vero che l’esercizio della memoria è la “cera sensibile” in grado di dare senso vitale ai nostri giorni, parlare di chi è venuto a mancare, di chi è caduto – preferisco dire, non può che congiungerci a quello che qui e ora vive abitando nel suo ricordo.
Quando penso a Serena, caduta troppo presto e che mi manca come manca a molti, mi viene in mente la prima intrigante sensazione che ho provato frequentandola: l’indecifrabilità dei suoi stati d’animo. Una indecifrabilità che, per me, è sempre stato uno dei principali segni identitari, il più affascinante, della natura attorale. Nella vita come sulla scena, era il “mentre” la cifra precipua del suo carattere: una qualità che in lei diventava espressione di asimmetrica, limpida sincerità (il contrario dell’ambiguità che invece ama nascondere e confondere), la stessa sostanza sfumata e rivelatoria dei personaggi cechoviani che regalano una speciale naturalezza al loro “ridere mentre si piange”. Spesso, durante le prove come nelle occasioni d’incontro, la potevi sorprendere concentrata nell’ascolto degli altri, compresa in sé stessa abbastanza da far sembrare eloquenti i lunghi silenzi che preparavano i suoi giudizi, le sue intuizioni e digressioni, la parola sempre animata dallo scintillio di una ironia tranchant, dalla vivacità di una intelligenza tanto acuta quanto intimidita. Ho avuto il piacere di dirigerla in un Čechov al Teatro Biondo (in Zio Vanja è stata Marina Timofeevna, la nyánya), e lì, per la prima volta, ho notato come gli stati d’animo che, mentre recitava, la visitavano amalgamandosi per generosa autoaffezione, riuscivano a specchiarsi uno per uno, prima che nell’astrazione tutta musicale della battuta, nella mobilità originalissima del volto, che per lei è stato il luogo eletto dell’espressione. Una mobilità somatica, la sua, che non diventava mai maschera e che appariva sempre plausibilmente connaturata al lavorio delle emozioni. Anche per questo, il suo speciale talento sembrava destinato sia al cinema (che però non le ha mai offerto una occasione adeguata), sia al teatro di Scaldati, a incarnare l’innocenza terragna e l’angelica perversità di certe sue figure (con me è stata soprattutto Titì – doppio femminile del Totò di Indovina ventura, e l’Omino di Assassina). In ognuna di queste occasioni ha aderito al gioco scenico con scrupolo e disinvoltura, attenta a evitare le trappole di quei cliché che la sostanza del teatro scaldatiano respinge, come respinge l’interprete che voglia farsi caricatura o stereotipo. Questa adesione Serena l’ha praticata con rigore, personificando lo spirito stesso di quei testi incantati, dove il nome proprio di ogni personaggio diventa nome comune (e viceversa), perché questa è la particolare facoltà della poesia, del teatro di poesia. E sulla scena presenza poetica lo è stata, la cara – carissima – Serena. Non solo sulla scena, però. Ricordo di aver notato, nei momenti di tante occasioni conviviali, quanto la sua verve fosse spesso ammantata di una malinconia sorda e avvertita, e quanto la sua natura incline alla giocosità s’incrinasse anche dolorosamente a confronto con quella parte della realtà che le piaceva poco. So bene con quanto coraggio e con quanto pudore, nel corso dei suoi giorni (non sempre facili), ha saputo tramutare i propri malesseri esistenziali in euforia creativa ed empatia amicale. L’ho ammirata per questo, e mi dispiace solo di non avere avuto il tempo di dirglielo con la necessaria forza.
Umberto Cantone





















