Per ricordare Serena non a caso siamo stasera qui al Teatro Biondo. Perché in questo teatro Serena ha lavorato più volte e a questo teatro, il teatro della sua città, si sentiva particolarmente legata. A parte gli spettacoli risalenti all’epoca del maestro Carriglio, ricordo solo quelli che l’hanno vista in scena negli ultimi anni: Viaggio al termine della notte di Céline e Delitto e castigo di Dostoevskij, entrambi con la regia di Claudio Collovà, e Il Cavaliere Sole di Franco Scaldati per la regia di Cinzia Maccagnano. Per questo, prima di tutto, invertendo le consuetudini, voglio ringraziare di tutto cuore il Biondo e il suo direttore, Valerio Santoro, per avere generosamente messo a disposizione la Sala Strehler. E con lui, per il loro sostegno, l’assessorato alla Cultura del Comune di Palermo e Valentina Console, docente della cattedra di Scenografia all’Accademia di Belle Arti di Palermo.
Ringrazio le tre associazioni che hanno dato vita a questo progetto, ovvero a questa serata e al Premio teatrale a lei dedicato: il Teatro Studio Lab Danisinni, con Gigi Borruso; la Compagnia Franco Scaldati con Melino Imparato; e l’Associazione M’Arte, con Sabrina Petyx e Giuseppe Cutino. E ancora, i suoi colleghi e colleghe, amiche e amici che adesso la ricorderanno. Per l’aiuto che mi hanno dato in ogni momento vorrei rivolgere un abbraccio speciale alla mia amica Giovanna, alla sua preziosa figlia Miriam, a Pippo Zimmardi, a Maria ed Ester Cucinotti. Ma soprattutto ringrazio voi che con la vostra affettuosa partecipazione rendete possibile questo momento nella memoria di Serena.
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Il teatro è la mia bambola preferita
In epigrafe al titolo che abbiamo voluto dare a questa serata, c’è una frase, “Il teatro è la mia bambola preferita”, che – mi ha ricordato Sabrina – Serena pronunciò in risposta a una domanda di Thierry Salmon, quando tanti anni fa (mi pare il 1996), durante un laboratorio propedeutico a un memorabile spettacolo (L’assalto al cielo), il celebre regista belga chiese agli attori cosa fosse per loro il teatro. Una risposta che dice molto dell’attrice e della donna Serena Barone. Una frase che abbiamo, così, quasi naturalmente, legato ad una fotografia di Rori Palazzo (realizzata per una mostra di qualche anno fa) che la ritrae con un giocattolo in mano, appunto una bambolina.
Se la parola “teatro” deriva dal greco téaomai (cioè “guardare con attenzione”), la parola “recitare”, ad esso collegata, che significa “citare una seconda volta” (talora in senso vagamente deteriore: ma qui non è questo il punto), in varie lingue come il francese o l’inglese, coincide col verbo “giocare” (play, jouer, etc.). Recitare come giocare. Sappiamo che il gioco possiede una straordinaria forza liberatrice e rende completo l’umano; e attraverso il gioco la persona impara a conoscere sé stessa. La prima cosa che fa un bambino, un neonato, oltre che piangere, è quella di giocare. Sono i primi atti dell’intelligenza umana.
Per Serena (come per tante bambine), la bambola era l’oggetto preferito del gioco, del suo gioco, ma non tanto (o non solo) semplice simbolo mimetico, o strumento protettivo tipico del femminino, bensì anche modalità privilegiata di relazione amorosa (di bellezza, di tenerezza) con sé stessa e col mondo, col suo mondo. Ed ecco perché Serena la identificava con il teatro, per lei il modo più profondo, fantasioso, direi necessario, di stringere un rapporto d’amore. Bambola come gioco, gioco come teatro. Il suo teatro. Questo binomio sintetizza la sensibilità visionaria di Serena, la sua innocente delicatezza coniugata alla sua superiore dimensione immaginativa. Attraverso le quali, sul palcoscenico come nella vita, Serena mostrava la sua arcana capacità di andare oltre, di essere, in qualche modo, altrove.
Guido Valdini
Intervento di apertura fatto in occasione della serata “Serena Stasera”, 20 maggio 2026





















