Serena non c’è più.
Oggi, a un anno di distanza, il suo ricordo è vivo, ci accompagna con pudore, diventa sempre più intimo.
Le immagini che abbiamo visto, scelte con cura da Guido, ci hanno restituito Serena nel suo candore di persona e nella sua felicità di attrice.
Ci hanno restituito la sua capacità di lasciar trasparire, personaggio dopo personaggio, il suo paesaggio interiore, la sua qualità rara di riuscire ad affinare ogni volta la propria intuizione di arista, unendo emozione e intelletto.
Voglio dirvi prima di tutto del piacere di stare insieme a lei in scena in spettacoli dove poteva accadere qualunque cosa.
Spettacoli come Titì e Vincenzina dove Serena riusciva a trasformarsi attraverso la poesia di Franco Scaldati in una creaturina di carta.
Sì, è vero; c’era tanto teatro, vissuto con sacrificio, ma Serena aveva anche un grande desiderio di vita, oltre la scena.
Tanti sono gli episodi che raccontano la sua generosità, il suo sapere dialogare con gli animali e con i fiori, il suo farsi animale, fiore; la sua curiosità di lettrice sempre alla ricerca di nuovi stimoli, non solo libri, ma anche film, serie tv, testimonianze del teatro altrui, l’amato Kantor, il teatro di Strehler di cui conservava tutti i dvd; la sua attenzione nel rendere preziosa la quotidianità attraverso i piccoli rituali, come l’annuale regalo che teneva a farmi del Calendario dell’Avvento per poi telefonarmi chiedendomi cosa avessi trovato sotto la finestrella di un dato giorno.
Per i suoi 60 anni ha voluto che le regalassi una bambola e quando ha notato il mio scetticismo mi ha risposto candidamente: «ma perché tu non giocavi con le bambole, da bambina?».
Ricordo la tradizionale cena estiva “al Pescatore” con foto di rito sul bordo dell’acqua, o l’affetto che la legava a mio padre che le ricordava tanto il suo che aveva perso troppo presto.
Ricordo pure i panini al prosciutto che si portava appresso per sé e per gli altri quando andava al cinema o al teatro, quegli stessi panini che prima le preparava sua madre e che adesso si faceva da sola.
Ricordo quella giornata di ottobre che le diede tanta gioia; fare il bagno con i cavalloni e poi mangiare un gelato passeggiando sulla spiaggia della sua amata Mondello dove aveva trascorso felici estati nella villa di famiglia con Sergio, Sandro, Stefano.
Cara Serena, questi ricordi gioiosi e tanti altri, io li custodisco gelosamente, mi accompagneranno.
E faranno sfocare sempre di più quell’immagine di sofferenza, di grande amarezza che avevi negli ultimi tempi, divenuti così difficili per te; quella sofferenza non sempre percepibile e non sempre alleviata di fronte alla quale troppo spesso voltiamo le spalle.
Quella sofferenza a cui tu hai sempre opposto la tua capacità di resistere anche attraverso forme di meditazione, facendo in modo che l’angoscia evaporasse, che il buio non ti offuscasse. Perché lo sappiamo bene, la mente è un posto bellissimo ma a volte può essere nero come la pece.
Vorrei finire con un brano che Serena amava molto, su cui ci confrontavamo spesso e che la pacificava, un brano tratto dai Taccuini di Albert Camus.
«Quando mi sono ritrovato in quello scompartimento di prima classe, illuminato e riscaldato, mi sono chiuso la porta alle spalle e ho abbassato le tendine. E una volta seduto, in quello straordinario silenzio che improvvisamente mi accoglieva, mi sono sentito libero. Libero per prima cosa da tutti i giorni di ansia appena trascorsi, da quello sforzo compiuto per dominare la mia vita, da quei difficili tumulti. Tutto taceva. La carrozza vibrava dolcemente. E se al di là del finestrino, avvertivo il fruscio della notte piovosa, lo avvertivo come un silenzio. Per qualche giorno, non dovevo più pensare ma andare avanti. E finalmente mi appartenevo, non appartenendomi più».
Aurora Falcone
Intervento fatto in occasione della serata “Serena Stasera”, 20 maggio 2026





















