Occhi. Due grandi occhi. Occhi prensili – possono essere prensili gli occhi? – ma anche languidi e sornioni. Se ricordo Serena Barone, la prima immagine che mi torna in mente sono i suoi occhi. Ora ridenti e vividi, talvolta come adombrati da una incupita malinconia. Ma occhi che, a una sorta di innato stupore, congiungevano una irriducibile attenzione. Se ne stava, spesso, come in disparte, di certo mai in prima fila durante le prove e le riunioni preliminari. A volte, ora e più sovente con aria felpata e smaliziata, ora con una più apparente disarmata apprensione, comunicava quanto potesse risultare impervio e abrasivo, per il suo io interiore, il rapporto con la parte. Ma i suoi occhi non smettevano di indagare e insieme attrarre il nucleo più incandescente del suo ruolo. Nei riflessi che dalle sue pupille si sprigionavano, persino dietro lo schermo di una fanciullesca e recitata ingenuità, già si delineava, assai ispirato, il fantasma a cui avrebbe dato vita sulla scena. In Paradiso XXI, Beatrice avverte Dante di aguzzare lo sguardo, di porlo quale incisivo vettore dell’intelletto al fine di tenere a mente e in seguito riferire quel che mai da altro corpo vivo era stato visto e detto. Dante avrebbe dovuto far degli occhi “specchi a la figura / che ’n questo specchio ti sarà parvente”. Intenso e prepotente è il verbo che – e suona ancora più materiale nel cielo di Saturno, là dove dimorano gli spiriti contemplanti – Beatrice utilizza a spronare il suo favorito: ficca – dice – di retro a li occhi tuoi la mente. Una puntigliosa e bramosa energia del vedere e del comprendere è racchiusa in tale invito. Così dobbiamo immaginare e auspicare è lo sguardo dell’attore più intenso. Così era il guardare di Serena. Un guardare che andava in profondità e si faceva riflessione e proiezione. Un guardare che esibiva ora una seducente e sbarazzina aria da adolescente, ora il tralice distrattamente inquisitorio delle vecchine delle antiche fiabe. Dall’uno e l’altro di questi sguardi sapevi di poter attendere quelle domande che scoprono, là dove ci sono, le magagne e i modi da vaniloquente gradasso. Prendeva infatti appunti, durante le prove, Serena, su un quadernetto o sui margini del suo copione. Ma, con lenta rotazione verso l’alto della testa, gli occhi puntavano il regista o il collega e balenava una domanda. Pareva una domanda di candida semplicità, ma invero era una piccola grande trappola a scoprire se dietro il regista o il collega c‘era un pensiero o soltanto la tronfia enfasi di un otre vuoto.
Sempre nel cielo di Saturno Dante descriveva “di color d’oro in che raggio traluce uno scaleo eretto in suso”. Lungo i gradini, della scala d’oro salgono e scendono le anime contemplanti: così pongono in continua relazione terra e cielo, sopra e sotto, visione e realizzazione. Su una scala del genere – scala che ricorda quella di Giacobbe in Genesi 28, quello stesso Giacobbe che pur con l’angelo dovette lottare – sa muoversi il grande attore. E così sapeva, in effetti, essere attrice Serena e sulla scena le visioni da lei incarnate, nelle sue spiritate metamorfosi, sapevano distinguersi per multiformità. Dagli oggetti come la pendola, un momento assopita un altro in preda a frenetica e scoppiettante agitazione, nella Cantatrice calva di Ionesco diretta da mio padre Michele, alla maara inquieta e dall’occhio invasato nel film La bocca dell’anima di Giuseppe Carleo, dalla sottoproletaria un poco allocchita del teatro scaldatiano, all’inquietante fantasma muto che si aggira come minaccia di morte e insieme vergogna di poterla procurare ad altri nel Delitto e castigo diretto da Claudio Collovà fino allo stremato, abrasivo dolore di Anfitrione nell’Eracle di Euripide diretto a Siracusa da Emma Dante, Serena Barone portava, con febbrile intensità ma con morbidissima realizzazione scenica, il personaggio allo sguardo incantato dello spettatore.
Il teatro è la mia bambola ho appreso, di recente, Serena avesse chiosato per descrivere la sua relazione con l’arte della rappresentazione. La bambola è un diffusissimo giocattolo con cui i bambini intessono ininterrotti dialoghi e imbastiscono assai scrupolose pantomime. In tal modo, consapevoli o meno, si predispongono, certo, alla cultura della propria società. Ma la bambola è anche simbolo di fertilità, di sciamanico rito di transizione e di demonico rapporto con il doppio e con l’altro. A questo percorso nel e verso l’altro, Serena sapeva sempre dare un’intensissima appropriatezza, senza mai dare l’impressione di strafare.
E – mi piace ricordarlo perché non è cosa comunissima nell’ambiente – non l’ho mai sentita spettegolare o malignare di un/una collega.
Gianfranco Perriera





















