La nostra frequentazione è stata parca di parole. Perché non ce n’era bisogno. Sarà che siano nati sotto lo stesso segno, sarà per chissà quale altro motivo, sta di fatto che ti ho sentita sempre come una di famiglia, una sorella più piccola.
Prima a scuola di teatro, poi in scena, ci siamo trovati insieme a condividere palco, battute, umori, stanchezze ed estasi. La variopinta follia sopra le righe della Serata futurista, con la regia di Letizia Battaglia. L’epopea de Il Gabbiano di Checov, tre ore e passa di spettacolo, tutti bianchi, e la tournée invernale in giro per l’Italia, in cui non vedevamo più il sole (si usciva col buio per andare in teatro, si tornava tardissimo in albergo, ci si svegliava che era già buio e si ritornava in teatro). Lo spettacolo Una serata di humour nero e la sgangherata divertentissima tournée in Piemonte. E poi quell’altra meravigliosa maratona che è stata Occupati di Amelia, una prova fisica durissima dove perdemmo svariati chili a correre in lungo e in largo, in quella scena-toletta (anche e ripetutamente durante le riprese di Tornatore). Ci trovammo insieme negli studi Rai di via Cerda, quando la Rai era in via Cerda. Ti chiesi di partecipare a un radiodramma, era un racconto di Lovecraft, Aria fredda, che interpretasti magistralmente, dando la voce a Elda Carrer, giovane cronista del Provvidence Tribune finita in manicomio.
Lo vedevo durante le prove con Michele Perriera e lo sperimentai io stesso in veste di regista: con te non c’era bisogno di adoperare molte parole. Due-tre input ed entravi subito in “modalità-medium”, ti lasciavi attraversare dal personaggio e il personaggio, immediatamente, parlava e agiva in te. Prodigio mirifico, che tu lasciavi avvenire senza tecnicismi di maniera, con la stessa naturalezza del respirare. Il che induceva a pensare – a te, a noi, al pubblico – che quello dell’attore fosse il mestiere più bello del mondo. Anche se tu, noi (forse un po’ meno il pubblico) sapevamo bene quanta fatica e quanto dolore contenesse questa gioia. E quanto questo miracolo scuotesse ogni volta le tue, le nostre fragilità.
Ci manchi Serena, mi manchi sorellina, piccola grandissima attrice tutta occhi, che ci hai regalato tanto, con la mite naturalezza del respirare, senza mai farci sentire il prezzo che ti costava.
Enrico Stassi





















