Il nodo di ricordi ed emozioni infinite non vuole in alcun modo sciogliersi in una forma, ho dovuto forzarmi nello stare ferma e scrivere mentre i piedi e l’anima imploravano la fuga. Serena è stata per me quel dono miracoloso che non avevo mani per scartare. Incontrarsi, riconoscersi, avere il privilegio di camminare insieme, come dire tutto questo? Come consegnare parole al mondo?
Serena somigliava a Serena, i suoi occhi che potevano essere solo i suoi, ora luce di bambina, ora fondi da caderci dentro, la sua voce capace di dolcezza di sirena e disturbante asperità, il corpo suo minuto, di spalle e mani e gambe forti, che pure volevano giocare, prendere forme di animale, di acqua... “Dì qualcosa che non esiste”. Serena te ne mostrava la forma esatta.
Eppure incontrarsi è stato riconoscersi, ce lo dicevamo ridendo di stupore, sorelle antiche, di placenta, era facile specchiarsi, era facile scambiarsi, era facile toccarsi e diventare una.
Era facile anche perdersi in chiacchiere e perdersi i treni, le matite, le strade, i telefoni, gli occhiali.
I copioni no, quelli mai.
La sua anima trasparente e tormentata comprendeva in profondità ogni altra anima, era il suo talento di attrice sì, ma anche il suo talento di essere umano.
Quando era in vita talvolta la sua mancanza era struggente, oggi, che quel che ci separa non si può pronunciare, la sua presenza è limpida, è un sussurro continuo, uno sguardo sul mondo filtrato di verde che non è il mio, è il suo, di lei che sa.
Serena.
Oriana Martucci





















