Serena. Per me, prima di tutto, la Maestra. Ci insegnava fonetica in quella che era la Scuola di Teatro Teatés diretta da Michele Perriera. Guardavo gli insegnanti della scuola come ad un Olimpo artistico e umano irraggiungibile. Per me era un universo da spiare da lontano, a cui mi avvicinavo trattenendo il respiro, con la paura e la vertigine di non esserne all’altezza... ma con un richiamo al quale non potevo resistere. E Serena, in quel mondo, era una presenza pura, uno spirito libero che posava su di noi uno sguardo colmo di curiosità e di un dolcissimo, divertito stupore. Non avrei mai osato immaginare che un giorno l’avrei diretta.
Crescendo artisticamente come aiuto regista di Michele, conquistai a poco a poco la fiducia di quelli che erano stati i miei maestri. E nel 2006, insieme a Sabrina Petyx, scegliemmo proprio Serena per completare il cammino dello spettacolo Volevo dirti, accanto a un’altra figura storica di Teatés, Ester Cucinotti.
È stato quel lavoro a regalarmi il dono più grande: conoscere la vera Serena, diventare il custode della sua fragilità. Coesistevano in lei la forza ruggente di un leone e la delicata trasparenza del vetro di Murano. Il teatro era la sua casa, la sua armatura, ma la sua anima restava una creatura delicata, assetata di cura e d’amore. Il suo sguardo si posava sempre sul mondo con inesauribile curiosità e sugli altri con quel solito, dolce stupore.
Mi manca la sua risata. Non si può dimenticare. Come non si possono dimenticare la sua ironia, la sua profondità e quell’atto di fede assoluto con cui si abbandonava alla scena.
Si fidava di me. E ogni volta che si riproponeva Volevo dirti, tra le quattro attrici accadeva qualcosa di inspiegabile: un’alchimia quasi sacra che raramente ho riscontrato in altri miei spettacoli. Con Sabrina ci dicevamo spesso che avremmo dovuto coinvolgerla in un nuovo progetto. Ma abbiamo rimandato... e il tempo è volato.
Serena era una donna bambina. Guardava la vita meravigliata, come se non riuscisse davvero a comprendere perché tutti noi la considerassimo così speciale. Ma speciale lo era davvero. In scena brillava di una bellezza disarmante e faceva risplendere chiunque le stesse accanto, nel suono di una frase così come nel più profondo dei silenzi. Non si tirava mai indietro: per lei la vita e la scena andavano morse, abitate, vissute fino all'ultimo respiro. Lavorava con i grandi maestri così come con i debuttanti, mossa sempre dal desiderio di sperimentare e dallo stupore sincero per ciò che riusciva a trasmettere.
In scena era un rifugio sicuro, una certezza incrollabile. Anche quando la memoria le sfuggiva e dimenticava le battute... perché Serena non recitava: Serena era la scena. E tutti noi andavamo a teatro solo per lei, trepidanti di scoprire in che modo sarebbe riuscita a incantarci ancora una volta. Lei, che persino di fronte agli applausi finali, mentre il teatro tremava ancora per lei, ci guardava dal proscenio con quegli occhi grandi, smarriti e bellissimi. Come se non sapesse, come se non potesse credere, di essere stata capace di toccarci l’anima ancora una volta.
Giuseppe Cutino





















