Voglio parlare solo di un ruolo tra i tanti che Serena ha reso indimenticabili perché mi aiutato molto nel mio percorso.
Ho conosciuto Serena in un periodo felice della mia vita. Enzo Vetrano ed io già da qualche anno costruivamo il nostro Teatro, cercando una forma compiuta che domasse la nostra recitazione disordinata, fatta di intuizioni e di libertà che nel gruppo Daggide avevamo praticato, e avevamo già realizzato autonomamente diversi spettacoli in questa direzione. In quegli anni conobbi (finalmente!) il lavoro di Michele Perriera, che per Enzo era stato il primo Maestro, ed ero stato impressionato dal rigore con cui le sue attrici e i suoi attori si muovevano sul palco. Adriano, Ester, Maria, li conoscevamo da tempo, ma Serena, ’a picciridda, fu per me una sorpresa e una rivelazione. Guardata da subito con curiosità e ammirazione nel Gabbiano, arrivò nell’88 a Bologna La cantatrice calva in cui Serena – altri l’hanno già ricordato – era diventata la pendola che Ionesco fa battere durante lo spettacolo “quando vuole”. La pendola di Serena fu per me una scoperta meravigliosa. Era davvero la sintesi del percorso che stavamo inseguendo: anarchia e rigore, tensione scenica e ironia, profondità e allegria, che diventava esilarante ad ogni gorgoglio della voce che ne annunciava il risveglio.
Ringrazio Serena per questa illuminazione che ha acceso nella mia creatività.
Non ricordo se gliel’ho mai detto.
Enzo ha scritto che sarebbe piaciuta molto a Terzopoulos, ed è verissimo, ma io aggiungo anche che il suo stare in scena mi ha ricordato la forza e la follia di Perla Peragallo, quando insieme a Leo De Berardinis smontava la recitazione per far nascere un teatro della verità e dell’estasi visiva, animalesco ed elegantissimo.
Io intanto da qualche tempo ho in casa una pendola, e spesso, quando batte, sorrido.
Stefano Randisi





















